Skip to main content

La locanda alla fine del mondo

Pubblicato il
19 Agosto 2015
Maurizio Izzo

Ho visto la fine del mondo, Finisterre.  E’ successo durante l’estate del 1977. Avevo da poco compiuto 18 anni, superato la maturità ed ero partito per il viaggio più avventuroso della mia vita. In moto volevo raggiungere la Bretagna e la Normandia, il nord della Francia, ma soprattutto l’Oceano. Per la verità non sapevo che cosa volevo raggiungere, volevo partire per un viaggio duro, faticoso, verso un posto che sapevo, speravo, diverso da tutti quelli che avevo visto. E fu così....

La moto era bellissima, una Guzzi 850 nera, la moto ideale per lunghi viaggi. Bisogna averla provata ed amata per capire, ma per chi ha guidato sempre e solo moto arrivare a una Guzzi ( e poi l’ammiraglia, la 850 T4 ) è veramente toccare il cielo con un dito. Era grossa, ma morbida. Enorme, ma agile. Rispettosa e sicura, ma al tempo stesso veloce. Le partenze erano solo in apparenza lente, in realtà la “signora” dettava i suoi tempi: si capiva che centinaia, migliaia di pezzi dovevano allinearsi, incastrarsi, lubrificarsi prima di scattare uniti per raggiungere la meta. Allora “la signora” partiva e si volava... Per quanto volasse fu un viaggio lunghissimo. Con me c’era la donna che allora mi sembrava la più importante della mia vita. Era come me poco più di una ragazzina eppure quel viaggio era la dimostrazione che eravamo diventati un uomo e una donna. Duemila e passa chilometri, l’autostrada, la Val Padana, il Traforo del Bianco e poi il confine. Non ero mai arrivato al confine in moto. Lo varcai con il fiato sospeso, seguendo una breve fila di auto. I finanzieri, sia italiani che francesi, non mi fermarono. Dovetti fermarmi io poco dopo per assaporare in pieno l’evento. Con le mie mani, le mie gambe, la mia moto, la mia donna avevo varcato il confine. Ma il viaggio non era neanche a metà. Dovevamo attraversare tutta la Francia. Eppure mentre ricordo nitidamente il breve passaggio alla frontiera niente, assolutamente niente ricordo del lungo viaggio che mi portò in Normandia. I ricordi si riaccendono all’arrivo. Era l’ora del tramonto, ero stanchissimo, da quante ore guidavo ininterrottamente? Non avevamo una meta ma mi ritrovai in uno degli angoli più suggestivi della costa. Superai il paese come se fosse una vecchia conoscenza e mi diressi verso il faro. Seguì la strada fin dove si può, fin dove la striscia di asfalto si infila nel mare. Alla fine mi fermai, scesi dalla moto, guardai il mare e fra tutte le cose che poteva fare e dire ne feci una sola ma profondamente convinto: piansi. Perché ancora non lo so e non ci tengo tanto a saperlo. Fu un bel pianto, forse il più bello, improvviso, figlio del nulla, inutile eppure profondo. Fu un pianto tanto per piangere. Oppure piansi per i mille e uno motivi per cui chiunque può piangere. Il padre che mi aveva abbandonato, l’infanzia difficile, gli amori contrastati, la paura di non farcela e chissà quant’altro. Piansi e basta, forse perché quello è un posto dove è bello piangere. Davanti all’Oceano, così grande da essere niente. 

Ma quella sera la ricordo anche per quello che successe dopo.

Confortato e finalmente guidato dal mio amore tornammo sui nostri passi, verso il paese. Ci fermammo alla prima insegna. Era una locanda e non poteva apparirmi più confortevole. Fuori un piccolo lampione, dalle finestre colorate si intravedeva un atmosfera calda e rilassata. Poche persone, una decina di tavoli apparecchiati con tovaglie bianche ricamate e tante finestre su quel mare nero che mi intimoriva ma mi affascinava. Entrammo con la timidezza e l’imbarazzo di chi ha viaggiato poco e si sente lontano e straniero. Fummo accolti come vorrei essere sempre accolto. Calore, discrezione, gentilezza. Fummo a nostro agio in un tavolo appiccicato alla finestra sul mare nero. Non parlammo, non ordinammo niente. Fummo presi in custodia da  una grande e bella donna mora  che senza parole cominciò a servirci non come si serve un cliente ma come si serve un ospite. E il mangiare arrivò... bellissimo, prima ancora che buono. Crostacei,  soprattutto i granchi. I frutti di mare, le cozze, le ostriche (che non avevo mai mangiato). E poi una zuppa di pesce. Una terrina di sgombri ( credo ) e un trancio di tonno ( sempre a occhio ). Questo e forse altro mangiammo in quella strana notte d’estate. Piatti ricchi soprattutto della loro semplicità, forti di un sapore di mare che non avevo mai provato.  Forse era solo il sapore dell’Oceano ed era per questo che mi appariva del tutto sconosciuto.

Nel ristorante alla fine del mondo abbiamo anche dormito in una notte che non voleva finire.

 Finì invece tutto durante un lunghissimo viaggio di ritorno dove io e il mio amore litigammo spesso , una volta davanti a un improbabile fritto misto e quella fatale a Parigi, davanti a una “crepe” al formaggio. Entrambe le pietanze facevano schifo, lei non sarebbe stata l’amore della mia vita. Ma soprattutto non c’era l’Oceano.

 

Dal mondo social